Nella ricerca di Yasumasa Morimura la fotografia non è mai un semplice mezzo di registrazione del reale, ma uno spazio di trasformazione identitaria. Il suo lavoro artistico si infiltra nei capolavori della storia dell’arte e nelle icone della cultura di massa, sostituendo i loro volti con il proprio. Non si tratta di parodia, ma di un atto filosofico radicale: chi possiede davvero le immagini che abitano il nostro immaginario?
La biografia di Yasumasa Morimura
Nato l’11 giugno 1951 in una Osaka (Giappone) che si stava rapidamente americanizzando nel dopoguerra, Yasumasa Morimura cresce immerso in un flusso incessante di immagini occidentali: film hollywoodiani, riviste di moda, riproduzioni d’arte nei libri scolastici. Il Giappone assorbiva freneticamente la cultura del vincitore, trasformandola in merce di consumo e specchio distorto di se stesso. Morimura incarna questa contraddizione e la trasforma in metodo.
Dopo la laurea nel 1978 alla Kyoto City University of Arts, dove rimarrà come assistente per anni, Morimura abbandona il progetto iniziale di fare fotografia in bianco e nero di still life. Non riesce ad ascertare la propria identità attraverso quel linguaggio. La soluzione, radicale, è rendere visibile questa crisi identitaria attraverso l’autoritratto, ma un autoritratto che è sempre, inesorabilmente, il ritratto di qualcun altro.
La sua carriera internazionale si consolida dopo la Biennale di Venezia del 1988, ma diventa particolarmente influente in Giappone con la mostra personale Daughter of Art History (1990), in cui critica la storia dell’arte occidentale e il rapporto del Giappone con essa. Negli anni ’90 partecipa a importanti esposizioni internazionali e sviluppa la serie Actress, in cui si impersona attrici e personaggi cinematografici occidentali, spesso ambientati in contesti giapponesi, esplorando il confine tra cultura, genere e identità.
A metà anni ’90 sperimenta anche performance video e cinema, reinterpretando figure come Marilyn Monroe in chiave critica e storica. Collabora inoltre con il designer Issey Miyake e, con l’avvento del digitale, amplia le sue possibilità creative manipolando le immagini fotografiche. Negli anni 2010 realizza opere multimediali e filmiche come Ego Symposium e Nippon Cha Cha Cha!, in cui riflette sull’identità giapponese, la storia e l’influenza culturale occidentale. Nel 2014 è nominato direttore artistico della Yokohama Triennale e nel 2018 riceve una grande retrospettiva a New York, che conferma il suo ruolo centrale nell’arte contemporanea internazionale.
Quando la fotografia entra nei capolavori: il caso Yasumasa Morimura
Il processo creativo di Morimura è insieme artigianale e concettuale. Da quando ha iniziato a lavorare, alla metà degli anni Ottanta, sviluppa un sistema rigoroso: studia l’immagine che intende reinterpretare fino a conoscerla nei minimi dettagli: le proporzioni, la luce, la textura degli abiti, la postura del corpo. Poi allestisce una scena: costumi su misura, parrucche, protesi, trucco professionale. Nelle prime serie la trasformazione avveniva solo attraverso questi elementi; con l’avvento della fotografia digitale e del software di editing, Morimura incorpora la manipolazione post-produzione, fondendo il proprio volto con le superfici originali in modi sempre più sofisticati.
Il risultato è quasi sempre perturbante. Le immagini creano quello che Freud chiamerebbe Unheimlichkeit, ovvero l’inquietante familiare: riconosciamo l’icona originale, ma c’è qualcosa di sbagliato, un elemento che non torna, un volto che non dovrebbe essere lì. Questo cortocircuito percettivo è il motore stesso dell’opera. Non si tratta di imitazione fedele, né di caricatura: è una zona intermedia dove l’identità vacilla.
Centrale nel lavoro di Morimura è anche la questione del gender. La stragrande maggioranza dei soggetti che interpreta sono donne, Marilyn Monroe, Frida Kahlo, la prostituta nell’Olympia di Manet, la Venere di Velázquez. Un uomo giapponese che prende il posto di queste figure non compie soltanto un atto di appropriazione culturale, ma sovverte il male gaze che quelle immagini storicamente veicolano. Lo sguardo che tradizionalmente possiede il corpo femminile si ritrova improvvisamente disorientato e il significato dell’opera cambia profondamente.
Le grandi serie di Yasumasa Morimura
Il corpus di Morimura si organizza in cicli che attraversano decenni, nutrendosi sia della storia dell’arte che della cultura popolare e della storia politica del Novecento.
Art History (dal 1985)
Il ciclo fondante: Morimura si inserisce nei capolavori del canone occidentale — Van Gogh, Velázquez, da Vinci, Manet, Vermeer. Il suo volto al posto della Gioconda, il suo corpo disteso sul letto dell’Olympia. Interrogazione radicale sull’autorialità e sull’eurocentrismo della storia dell’arte.
Sickness unto Beauty (1996)
Morimura si trasforma in dive del cinema hollywoodiano: Marilyn Monroe, Audrey Hepburn, Brigitte Bardot. La serie indaga la costruzione industriale della femminilità e del desiderio, smontando dall’interno i meccanismi dell’immagine di massa.
An Inner Dialogue with Frida Kahlo (2001)
Un incontro tra due artisti che hanno fatto del proprio corpo il soggetto e il medium dell’opera. Morimura si trasforma in Kahlo nella sua interezza — sopracciglio unico, copricapo floreale, dolore e ironia — generando un dialogo tra culture, generi e identità ferite.
Requiem for the XX Century (2006-7)
La svolta politica: Morimura si inserisce nelle fotografie storiche del Novecento — la guerra in Vietnam, i campi di concentramento, le rivoluzioni. Il corpo dell’artista entra nella memoria collettiva traumatica, interrogando il ruolo dell’immagine nella costruzione del ricordo storico.
Las Meninas / In the Room (2013-18)
Un ritorno ossessivo a Velázquez e al problema della rappresentazione: chi guarda, chi è guardato, chi dipinge. Morimura occupa simultaneamente tutti i ruoli del quadro, portando alle estreme conseguenze il tema dell’identità multipla e della riflessività dell’immagine.
Self-Portraits through Art History (dal 2016)
La grande sintesi: Morimura revisita l’intera tradizione pittorica europea ( Jan van Eyck, Dürer, Leonardo, Caravaggio) con la consapevolezza accumulata in trent’anni di pratica. Le immagini sono ora più stratificate, la manipolazione digitale più raffinata, il dialogo con il passato più intimo.
Tra Oriente e Occidente: la questione postcoloniale di Yasumasa Morimura
Sarebbe un errore ridurre Morimura a un artista del travestimento, a un virtuoso del trucco e della scenografia. Al centro del suo lavoro c’è una domanda di natura profondamente politica: chi ha il diritto di abitare le immagini che definiscono la cultura globale? L’intero canone della storia dell’arte occidentale è stato costruito attorno a certi corpi (bianchi, europei, spesso maschili) e all’esclusione di altri. Quando Morimura inserisce il proprio viso asiatico sta rivendicando il diritto di partecipazione a una narrazione che ha sempre trattato il Giappone e l’Asia in generale come oggetto esotico e mai come soggetto.
Questa dimensione postcoloniale è particolarmente evidente nella serie Requiem for the XX Century, dove Morimura si confronta con le fotografie di guerra. Inserirsi nell’immagine di un soldato americano in Vietnam, o in un campo di prigionia, è un gesto che non può essere separato dalla storia del Giappone del dopoguerra: la sconfitta, l’occupazione, la trasformazione culturale forzata. Il corpo dell’artista come luogo dove si depositano le violenze della storia.
Non a caso la critica internazionale ha spesso accostato Morimura a Cindy Sherman, l’altra grande artista che ha fatto dell’autoritratto travestito il proprio linguaggio. Ma mentre Sherman indaga principalmente le costruzioni culturali della femminilità all’interno della tradizione occidentale, Morimura aggiunge la variabile del conflitto Est-Ovest, della memoria coloniale, della moltiplicazione delle identità in un mondo globalizzato. Le due ricerche si specchiano, si interrogano a vicenda, e non a caso Morimura ha realizzato una serie esplicitamente dedicata a Sherman stessa.
La frase di Yasumasa Morimura
“L’arte è la capacità di rivolgere lo sguardo al mondo dell’oblio. Pensare all’oblio significa pensare a ciò che è l’arte; essa trova cose generalmente non riconosciute, dimenticate e invisibili”.
Per conoscere altri fotografi contemporanei
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