Sergio Larrain: la poesia fotografica del fotografo cileno

Sergio Larrain è un fotografo cileno, considerato come uno dei più significativi maestri della fotografia del XX secolo. Schivo e alla perenne ricerca di se stesso, Larrain ha ispirato intere generazioni di fotografi.

Sergio Larrain fotografo cileno

La vita di Sergio Larrain

Sergio Larrain nasce a Santiago de Cile nel 1931, figlio di un architetto di prestigio. Nel 1948 viaggia negli Stati Uniti, dove studia in varie università ingegneria forestale. Qui compra la sua prima camera fotografica una Leica IIIC.

Non soddisfatto dagli studi nel 1951 torna in Cile e inizia a fotografare. Durante un viaggio con la famiglia di otto mesi in Europa e Medio Oriete esplora mondi che aveva avuto modo di vedere solo nei libri. Al ritorno in Cile, a Valparaiso, installa un piccolo laboratorio in casa che gli permette di sviluppare le foto. Il suo primo lavoro importante è per la rivista brasiliana O Cruzeiro. Nel 1956 manda il suo portfolio al Museo di Arte Moderno di New York, due di queste foto vengono comprate da Edward Steichen, allora direttore del Museo.

La sua vita di fotografo è intensa. Vince una borsa di studio del British Council a Londra. Nel 1959, Cartier-Bresson lo invita a far parte dell’agenzia Magnum. Lavora con il Premio Nobel per la Letteratura Pablo Neruda scattando le foto per “Una casa en la arena”.

Dalla fine degli anni 70 il fotografo cileno abbandona, senza apparentemente nessuna motivazione, la fotografia e inizia un percorso di introspezione mistica, trasferendosi in un paesino della cordigliera cilena, lontano dal mondo e dal contatto sociale. Scrive poesie e libri tra il silenzio delle Ande. Centinaia di fotografi si lanciano alla sua ricerca sperando di trarre ispirazione dal maestro. Il fotografo rifiuta anche di incontrare i corrispondenti del New York Times e del El Pais, che volevano intervistarlo, seguendo nel suo isolato esilio.

Circolano parecchie leggende sul suo conto. Una di queste vuole che sia stata una sua fotografia, una misteriosa scena d’amore colta senza volerlo, scattata negli anni Sessanta a Parigi, a ispirare il racconto di Julio Cortazar dal quale è stato tratto il film Blow Up di Michelangelo Antonioni. Una vita misteriosa e degli scatti fantastici che soprattutto dopo la sua morte hanno reso il lavoro in bianco e nero di Larrain sempre più mitico.

Lo stile fotografico di Sergio Larrain

Ben lungi dall’essere stato uno di quei fotografi che scattano centinaia di foto cercando la migliore riuscita, Larrain è sempre stato convinto dell’unicità dello scatto. Ogni scatto del fotografo cileno nasconde uno studio e un’attenzione sulla luce, la geometria, il volume e il dettaglio. Nella piccola e paradossale “valle del paradiso”(Valparaíso), tra i suoi vicoli e le sue infinite salite e discese, Sergio Larrain ha realizzato alcune tra le sue foto più celebri.

Larrain ha ritratto un intero Paese, attraverso uno sguardo intimista, che ha colto aspetti ed emozioni del realismo magico latinoamericano, trasformando semplici luoghi in miti. Nella sua foto più famosa due bambine scendono una dietro l’altra, giù per uno dei mille “cerros” che vanno al porto, origine e fine della città. La prima lascia la luce, l’altra sta per esserne investita. Entrambe scendono passo dopo passo, dirigendosi verso un orizzonte non visibile che si apre all’immaginazione.

sergio larrain fotografo

“La fotografia è come la poesia, si deve fare una scelta, vivere, guardare e catturare, niente di più “……

Vi lascio con la lettera spedita da Sergio Larrain nel 1982 al nipote, Sebastián Donoso, dopo che questi gli aveva manifestato il desiderio di dedicarsi alla fotografia, che riassume tutto il credo del fotografo cileno sulla idea di fotografia.

La lettera di Larrain al nipote

“La prima cosa è possedere una macchina che corrisponda al nostro gusto, quella che più ti piace, perché si tratta di provare una soddisfazione fisica con ciò che si ha tra le mani, lo strumento è la base per chi si dedica ad una professione e che sia essenziale, l’indispensabile e nulla più. […]

Il gioco inizia quando si parte all’avventura, come un veliero dispiega le vele; andare a Valparaiso o a Chiloè, vagare tutto il giorno per le strade, per posti sconosciuti, sedersi quando ci si affatica sotto un albero, comprare una banana o del pane e prendere il primo treno, guardare, disegnare anche, e tornare a guardare, uscir fuori dal conosciuto, entrare nel mai visto, lasciarsi guidare dal piacere; di lì a poco troverai cose che ti susciteranno immagini, prendile come apparizioni.

Quando sarai di ritorno a casa, sviluppa, stampa e inizia a guardare ciò che hai pescato, tutti i pesci. Li stampi in forma di cartoline e li attacchi al muro, poi inizia a giocare con la “L”, a cercare tagli e inquadrature, tutto questo guardare ti guiderà all’osservare. Quando sei sicuro che una foto non sia buona, buttala! Prendi le migliori e ponile in una posizione più alta sul muro; bisogna ritrovarsi solo con le buone, salvare il mediocre fa sprofondare nella mediocrità, la psiche si fa carico di tutto ciò che non si elimina.

Fatto ciò dedicati a della ginnastica, intrattieniti con altre cose, senza più preoccuparti; inizia a guardare i lavori degli altri fotografi e a cercare qualcosa di buono in tutto ciò che ti ritrovi tra le mani: libri, riviste, prendi il meglio, se puoi ritaglia, prendi ciò che ti interessa e attaccalo al muro, affianco alla tua produzione; se non ti è possibile ritagliare, ciò che hai di buono lascialo in esposizione, lascialo lì per settimane, mesi; si tarda molto ad apprendere ad osservare, però pian piano scoprirai il segreto. Continua la tua vita tranquillamente, disegna un po’, esci a passeggiare. Non sforzarti mai a fotografare, così facendo perderai la poesia, perderai il sentimento. E’ come forzare l’amore o l’amicizia, non si può. […]

Non farti prendere da ciò che è convenzionale, lasciati portare solo per il gusto di osservare, le apparizioni si faranno più chiare e le fotograferai con più attenzione, riempi il tuo carretto di pesci e torna a casa. Imparerai a mettere a fuoco, a usare il diaframma, ad inquadrare. Apprenderai a giocare con la macchina e le sue possibilità ed aggiungerai poesia. Raccogli tutto ciò che trovi di buono, creati una collezione di cose ottime, un piccolo museo in una cartella. Segui il tuo gusto e nulla più, non credere a ciò che non ti appartiene, la vita sei tu e la vita è quel che si sceglie; ciò che non sia di tuo gusto, scartalo, non ti serve, tu sei il tuo unico criterio, guarda comunque agli altri, apprenderai.

Quando avrai una foto realmente buona, la ingrandisci, ne fai una stampa e la fai incorniciare, mettere in esposizione è dare qualcosa, come dar da mangiare, è giusto mostrare agli altri ciò che si è fatto con fatica, ma con passione, non è peccare di superbia, fa bene, è sano per gli altri e per te, perché ti da credito.

Con questo hai sufficienti dritte per iniziare, si tratta di vagabondare, star seduti sotto un albero, si tratta di perdersi nell’universo, si inizia a guardare diversamente. Il mondo convenzionale ti mette i paraocchi, dobbiamo abbandonarlo quando ci dedichiamo alla fotografia

Tuo, Sergio

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